giovedì 25 gennaio 2018

Made in Italy

Dopo il successo di Radiofreccia e a sedici anni da Da zero a dieci, il 2018 vede il ritorno di Luciano Ligabue alla regia.   
Made in Italy è la dichiarazione profonda del rapporto fatto di amore e di odio per il nostro Paese, filtrato tramite il punto di vista di Riko (Stefano Accorsi), uomo umile e onesto alle prese con una vita in cui tutto sembra prendere la piega dell’instabilità (lavoro, sentimenti, futuro).            
Nonostante le difficoltà, Riko decide di vincere sul tempo che corre, rialzandosi a fatica e mettendosi in gioco, prendendo in mano il proprio destino.

 
Le premesse del cantautore emiliano sono quelle di raccontare l’Italia di oggi sviluppando il discorso già esposto nel concept album omonimo (uscito a novembre 2016), cercando di renderlo più compiuto grazie al mezzo cinematografico e che potesse, quindi, essere raccontato da qualcuno che “avendo meno privilegi di me, mi sembrava avesse ancora più diritto ad una certa incazzatura”.     
  
Un’Italia precaria, la nostra, dove tutto sembra sul punto di crollare, un Paese odierno nel quale “a furia di farsi andare bene le cose si finisce per farsi andare bene tutto”.
Riko lavora come operaio in un salumificio da trent’anni ed esorta il figlio, che deve iniziare il DAMS, ad andare via di casa per crearsi un futuro con le sue mani, senza mai accontentarsi.      
Forse è attorno a questa parola che gira il film: accontentarsi. Ovvero quello che Riko ha sempre fatto, accentando una vita fatta di frustrazioni lavorative e sentimentali, costellata dalle fughe in discoteca del venerdì sera per evadere. 
        
Made in Italy rimane, a conti fatti, un racconto privato (lo stesso Ligabue ammette che l’ispirazione per personaggi ed argomenti viene in buona parte dalla realtà che conosce) posto su questioni politiche ed economiche trattate molto alla buona e in maniera abbastanza superficiale.      
Le canzoni dell’album del 2016 fanno da contorno ad una vicenda che assume l’ambizione, come l’album stesso, di poter essere da tutti condivisibile.



Recensione integrale su My Red Carpet

domenica 21 gennaio 2018

The Post - Una lezione di coraggio per il presente

Nel 2018 è ancora possibile poter parlare di un film di Steven Spielberg, senza cadere nella banalità?
La risposta è no.
Perché volente o nolente, ogni descrizione, ogni scritto, ogni trattato non riusciranno mai ad essere totali, ad esprimere a pieno il suo cinema.
Il primo dei due film che vede Spielberg tornare protagonista nel 2018 (il secondo è Ready Player One, in uscita il 29 marzo) racconta l'America degli anni '70 per raccontare quella attuale.
The Post non è solo la narrazione dello scandalo dei Pentagon Papers (documenti top-secret di 7000 pagine del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d'America,  studio approfondito sulle strategie e i rapporti del governo federale con il Vietnam nel periodo che va dal 1945 al 1967) che avvenne nel 1971, prima di quello Watergate; è molto, molto di più.
 
 
L'apparenza da thriller politico lascia spazio al dramma personale e familiare (riferito anche alla redazione del The Washington Post): meno battaglia per la libertà di stampa e più battaglia per la parità dei sessi ed una presa di coscienza a riguardo, meno era Nixon più era Trump.
Katharine Graham (Meryl Streep) è la prima donna alla guida del The Washington Post, fatto anomalo in una società dove il potere è di norma maschile, detentrice di grande coraggio tanto quanto quello di Ben Bradlee  (Tom Hanks), scostante e testardo direttore del giornale.
 
 
Quello tra Kay e Ben è un rapporto lavorativo fatto di discussioni e tensioni ma legato a doppio filo dalla voglia di lottare contro le istituzioni, di garantire la libertà di stampa e la sua necessità, mettendo a rischio la propria carriera e la loro stessa libertà.
Il lavoro di Spielberg non è tanto quello di raccontare i fatti riguardanti la pubblicazione dei Pentagon Papers e di accontentarsi così, ma di fare leva sul fatto di più di quarant'anni fa per promulgare un discorso quanto più attuale possibile.
L'occhio analitico ed espressivo del regista americano vuole manifestare quanto sia grande la responsabilità dei politici e dei media nei confronti del proprio paese, quando sia necessaria la libertà di stampa, mostrando la lotta all'interno di un giornale che deve decidere della sua vita e di quelle altrui (con l'aggiunta di interpretazioni eccellenti sia di protagonisti che di comprimari). 
 
 
La macchina da presa danza, rendendo spazi angusti e ristretti come se fossero enormi piste da ballo, mostrando tensione nella sua narrazione visiva (elemento sempre precipuo) che forse pochi altri film dall'impronta giornalistica sanno dare.
Spielberg mostra come un rapporto tra il governo ed i propri cittadini si basi su degli ingranaggi che, se non sono perfettamente oliati, disposti e concatenati, corre il rischio di incrinarsi sempre più e di andare incontro al collasso.
Macchine al servizio del paese, rotative che ne decidono le sorti, una stampa a caratteri mobili che deve essere sempre consapevole del proprio potere e coscienziosa delle proprie libertà.
Giornali che si danzano sinuosi come il movimento di una pellicola mentre viene proiettato un film, stampati e distribuiti a velocità indicibili con il parallelismo vigente ai media odierni, sempre più competitivi, sempre più veloci, sempre meno attenti e sempre più fuori dall'ottica della propria coscienza.

sabato 6 gennaio 2018

Tutti i soldi del mondo - Il caso Getty

Del nuovo film di Ridley Scott si è detto di tutto ed oltre, senza concentrarsi sul film in sé.
Tutti i soldi del mondo narra la storia del rapimento di John Paul Getty  III (Charlie Plummer), rapito a Roma nel 1973 da affiliati della 'ndrangheta.
Il ragazzo non è altri che il nipote di Jean Paul Getty (Christopher Pllummer), magnate del petrolio e noto per essere l'uomo più ricco (e avido) del mondo.
Ma il sequestro del nipote preferito non sarà un motivo sufficientemente valido per pagare il lauto riscatto, tanto che saranno l'ostinazione e la lucidità della madre Gail (Michelle Williams), aiutata dall'uomo della sicurezza Fletcher Chace (Mark Wahlberg), le basi fondamentali per cercare di acquietare la trattativa e per poter recuperare i soldi necessari per riavere suo figlio.
 
 
In Tutti i soldi del mondo, il rapimento Getty, per quanto attinente ai fatti reali, diventa in parte romanzato e quasi utilizzato, forse, come leva per il tema principale: la riflessione sull'influenza occulta del denaro e sul valore degli esseri umani.
Per quanto entità astratta, il denaro è in grado di manipolare concretamente le persone e Getty senior non è da meno: la relazione che il denaro instaura con la sua psiche è dettata dal valore per gli oggetti. Lo Scrooge degli anni '70, non fa altro che accumularne, acquistando dipinti ed opere d'arte (senza non prima contrattare, ovviamente) e pagando quote assai rilevanti senza battere ciglio. L'anziano tycoon non riesce a trovare negli uomini la stessa bellezza pura che trova negli oggetti, perché essi "non cambiano, rimangono sempre gli stessi", mentre sono le persone che mutano.
Insomma un Charles Foster Kane che riempie la casa di oggetti per colmare un vuoto, creato dal suo attaccamento al denaro, che egli stesso non vuole affrontare ma che, invece di rimanere ancorato a Rosebud, resta avvinghiato alla sua abilità di continuare a macinare quattrini in continuazione.
 
 
A sommi capi si potrebbe dire che sostanzialmente che il film non sa dove andare a parare: non sa se concentrarsi sul rapimento o sul personaggio di patron Getty (che tende a prevalere), riversa la sua attenzione verso una serie di generi (thriller, noir, humor) che non si amalgamano bene tra di loro, sfugge totalmente al pathos e si aggrappa a poche recitazioni valide.
Inutile dire che la più valida sia proprio quella di Christopher Plummer, vero motore della vicenda. La sua interpretazione va al di là di ogni dubbio riversato dal cambio in corso d'opera (anzi, a film già concluso) al posto di Kevin Spacey, travolto dal caso molestie.
Il suo Getty è un Paperone gelido, spietato e scacchista ed è possibile affermare che, senza di lui, il suo personaggio non avrebbe avuto lo stesso magnetismo (nonostante i tempi ristretti per la preparazione al ruolo ed i pochi giorni dedicati alle riprese) e, probabilmente l'attenzione si sarebbe rivolta verso altri aspetti del film o non ci sarebbe stata affatto.
Da un Plummer anziano si passa da un Plummer appena maggiorenne, il giovane Charlie, fresco vincitore del Premio Marcello Mastroianni all'ultimo Festival di Venezia e con un talento tutto da scoprire e da coltivare.
 
 
Al di là del can-can mediatico che ha ruotato attorno a questo film, di Ridley Scott si può dire tutto tranne che sia un "vecchio decrepito". Quello che si può dire è che il regista britannico di Alien e di Blade Runner si sia adagiato un po' troppo sugli allori, facendo del cinema che perde energia, vitalità e profondità film dopo film.

domenica 31 dicembre 2017

I film più attesi dell'anno che verrà!

A poche ore dal nuovo anno, diventa impossibile non fare il punto sui film più attesi dell'anno che verrà.


Chiamami col tuo nome

Passato dal Sundance Film Festival e dal Festival di Berlino, il film di Luca Guadagnino è uno di quelli certamente più attesi del prossimo anno. Adottato ed apprezzato dagli Usa, il film del regista italiano è ambientato negli anni '80 e narra la storia d'amore tra due giovani ragazzi.




Dogman

Dopo Il racconto dei racconti, ritorna Matteo Garrone sul grande schermo.
Dopo lo stop al progetto di Pinocchio, l'attenzione di Garrone si è concentrata verso il progetto Dogman. Questo film, che riprende i toni cupi e l'atmosfera noir de L'imbalsamatore, si basa sulla storia dell’assassino romano Pietro De Negri, noto come Er Canaro della Magliana, autore dell'efferato omicidio ai danni dell'ex pugile Giancarlo Ricci.




First Man

Dopo il successo di La la land, ritorna Damien Chazelle, con lo scopo di portare al cinema la storia di Neil Armstrong. Un racconto, non un biopic (pare), con Ryan Gosling che tornerà a lavorare con il regista americano.





Isle of dog

Nove anni dopo Fantastic Mr. Fox, ritorna la stop motion di Wes Anderson.
Già annunciato come film di apertura alla prossima Berlinale, Isle of dog è ambientato nel 2037 e racconta la storia di un ragazzino giunto sull'isola dei cani, per ritrovare il suo fedele amico a quattro zampe. Un film che pare essere un omaggio al cinema di Akira Kurosawa ma che, purtroppo, non ha una data di uscita certa in Italia.



 

Il filo nascosto

A circa 3 anni da Vizio di Forma, torna al cinema Paul Thomas Anderson con Il filo nascosto.
Con questo film, Anderson torna a dirigere Daniel Day Lewis alla sua ultima performance della carriera, dieci anni dopo Il petroliere.
Nella Londra del dopoguerra, il rinomato stilista Reynolds Woodcock domina la scena della moda britannica insieme a sua sorella Cyril.
La vita e la carriera dello stilista vengono sconvolte quando egli s'innamora di Alma, che diventerà presto la sua musa.





Loro

Il film di cui si parlerà sicuramente in Italia nel 2018, sarà Loro.
Il nuovo (e supersegreto) lavoro di Paolo Sorrentino si basa sulla figura di Silvio Berlusconi, con Toni Servillo protagonista e pronto ad un'altra metamorfosi dopo Il divo e La grande bellezza.





Ready Player One

Nel 2045 la terra è diventata un luogo inquinato, funestato da guerre, povertà e crisi energetica. Gli abitanti versano in condizioni precarie, stipati in grossi container spogli, senz'altra evasione che il nostalgico mondo virtuale di OASIS. L'universo ispirato ai ruggenti anni ottanta, creato dal milionario James Donovan Halliday (Mark Rylance), conta milioni di login al giorno per la facilità d'accesso (sono sufficienti un visore e un paio di guanti aptici) e gli scenari iperrealistici in cui sfuggire al mondo tetro e pericoloso. La notizia della morte di Halliday arriva insieme con l'ultima, stimolante sfida lanciata dall'eccentrico creatore: una caccia al tesoro da miliardi di dollari.
L'adolescente Wade (Tye Sheridan), da sempre affascinato dalla figura del programmatore, ha collezionato informazioni sulla sua vita e il suo lavoro. Attraverso l'avatar Parzival proverà ad aggiudicarsi il premio in palio, contro i potenti nemici di una malvagia multinazionale (la IOI) e un nutrito gruppo di concorrenti senza scrupoli.
Con questo film Steven Spielberg si rapporta con la realtà virtuale ed è inutile dire che Ready Player One sia uno dei film più attesi dell'anno!





The house that Jack built

Ambientato nell'arco di dodici anni, il film si basa su una partita a scacchi tra la polizia e un killer astuto e spietato, interpretato da Matt Dillon.
Secondo Lars Von Trier, questo film sembra essere il lavoro più cupo della sua carriera.



The post

Non si poteva non inserire l'altro film di Spielberg, The Post.
Il film, con protagonisti Tom Hanks e Meryl Streep, racconta la lotta contro le istituzioni per garantire la libertà di informazione e di stampa e dell'indagine, intrapresa dal The Washington Post, riguardo la copertura di segreti di Stato riguardo la Guerra in Vietnam.





 

The shape of water

Con il nuovo anno, torna Guillermo del Toro con The Shape of Water, film vincitore del Leone d'oro all'ultima Mostra del cinema di Venezia e punto più alto della sua carriera.
Una nuova fiaba ambientata nel pieno della Guerra Fredda americana e che incentra la storia sull'addetta alla pulizie Elisa (Sally Hawkins), una giovane donna affetta da mutismo, e dal suo rapporto con un esperimento governativo: una creatura squamosa di aspetto umanoide.





Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Il film segue le vicende di una madre in cerca di giustizia per la figlia, che ingaggia una lotta contro un disordinato branco di poliziotti pigri e incompetenti. Dopo mesi trascorsi senza passi in avanti nelle indagini sull'omicidio della figlia, Mildred Hayes (Frances McDormand) decide di prendere in mano la situazione. Una campagna personale che diventa una vera e propria battaglia e che coinvolgerà anche il capo della polizia William Willoughby (Woody Harrelson) ed il suo vice Dixon (Sam Rockwell).

domenica 24 dicembre 2017

The Greatest Showman

Che Hugh Jackman sia un attore completo ed eccezionale nel recitare, presentare, ballare e cantare, è un fatto più che noto, dimostrato in mille diverse occasioni. Non poteva, quindi, essere che lui l’interprete di Phineas Taylor Barnum, il self-made man dell’ottocento, che mutò il mondo dell’entertainment, l’imprenditore che mise in auge un nuovo tipo di show che coinvolgesse più classi sociali possibili, con un'attenzione particolare ai freak, protagonisti dei suoi spettacoli. Diretto dall’esordiente regista cinematografico Michael Gracey, The Greatest Showman è un musical che inserisce e rispecchia tutte le qualità possibili di chi ha lavorato al film.     
A partire proprio da Gracey e da Jackman. La carriera e la vita di Barnum si è sempre distinta per il suo ottimismo verso il futuro e la conoscenza delle proprie capacità: ha saputo sfruttare a proprio favore la questione mediatica che lo ha travolto per aver convinto i freaks a lavorare per lui. Barnum non si è mai abbattuto e ha sempre cercato di creare aspettative positive per sé e per gli altri, tra cui dare ai cosiddetti “fenomeni da baraccone” una chance di farsi accettare per quello che sono e di dare la possibilità al pubblico di poterli apprezzare e di uscire dallo spettacolo più contenti di come vi sono entrati.    
 

 Gracey, regista di spot pubblicitari, non ha mai avuto il fine di creare un film che fosse un insieme di musiche riadattate alla Moulin Rouge!. Sicuramente il film si appoggia a basi Luhrmanniane, con un intrattenimento pop e legato in parte alla stessa costruzione visiva del film del 2001: entrambi seguono un protagonista che, macchina da scrivere alla mano, mette tutto se stesso nella realizzazione dei propri obiettivi, che esplode di gioia come del proprio opposto, in un connubio omogeneo tra la parte cantata e recitata. Energia, coreografie e colori che rendono questi due film quasi inscindibili e allo stesso tempo differenti.
Se Moulin Rouge! si basa una vicenda bohémienne, con una continua ascesa al drammatico e con una conclusione abbastanza rara nei musical, The Greatest Showman, pur reggendosi su una sceneggiatura (di Jenny Bicks e Bill Condon) traballante ed abbastanza ricca di imperfezioni che rischiano di cadere nel ridicolo e nel melenso, riesce ad incanalare un’energia contagiosa che persiste dall’inizio alla fine. Uno show che deve continuare per affermare le proprie qualità.      
 
 
Temi come quelli dell’accettazione del diverso per classe, colori, deformità, della rivalsa e del vivere bene e in pace con se stessi, per quanto importanti, vengono solo trattati superficialmente, facendo emergere un limite di analisi; sono temi che diventano solo dei pretesti per montare un grande spettacolo (sia del film, che di Barnum). È chiaro che le parti più importanti del film sono i numeri musicali, che rendono contemporanei i temi appena detti poco sopra e che risucchiano il fruitore, con una colonna sonora di John Debney e canzoni scritte da Benj Pasek e Justin Paul (autori delle canzoni di La La Land).
Con un film del genere si può e si deve parlare di fruitore: egli non sta semplicemente guardando, ma diventa parte fondamentale della realizzazione dello spettacolo, una parte quasi attiva di questo meta-show che potrebbe trovarsi, da un momento all’altro, sospeso a mezz’aria sopra un trapezio come lo si è stati, alla stessa maniera, su quell’elefante bohémien di diversi anni fa.
 
 
Dal canto suo, The Greatest Showman riporta in auge una parte fondamentale di quel musical precedente il tramonto di fine anni ’50. Il riferimento è alla danza Kelliana: sebbene gli stili siano totalmente differenti, in questo film vi è un deciso ritorno alla danza atletica, aggraziata e allo stesso tempo così scomposta e così comunicativa che non si vedeva da tanto, troppo tempo. E questa mediazione non poteva essere, in primis, che di Jackman. Con un personaggio imbastito, cucito e ricamato sartorialmente addosso, Jackman ha dato sfogo in toto alle sue molteplici ed eccelse capacità, dimostrando ancora una volta, e una volta per tutte, che, in realtà, è lui il greatest showman. Un leader, lui così come il personaggio, in grado di innalzare ai suoi livelli un cast fatto sia di iniziati al musical (vedi Michelle Williams) sia di attori avviati (vedi Keala Settle, alias la donna barbuta) e che riesce a far sbocciare uno Zac Efron sempre relegato, suo malgrado, a ruoli teen.
Citando una celebre canzone di Venditti, certi amori fanno dei giri immensi e poi ritornano. Un amore verso un genere che risorge sempre dalle proprie ceneri e che, finché avrà con sé autori ed interpreti in grado di amarlo, glorificarlo, aggiornarlo e farlo amare a loro volta, non morirà mai. E non importa se il film sia perfetto a 360°: in fondo nemmeno Cantando sotto la pioggia lo è.  
 
 
Recensione completa su I-FilmsOnline.

sabato 2 dicembre 2017

Ferdinand - Un toro e la sua libertà

Di Matteo Marescalco
 
 
Ferdinand è un toro pacifico ed amante dei fiori che non ne vuole sapere di scendere in arena ad affrontare un torero. Qualcosa gli suggerisce che, nonostante tutto, sia sempre il matador a vincere sul toro.
In barba alle convenzioni culturali del genere cui appartiene, Ferdinand fugge dall'allevamento di tori da corrida in cui è rinchiuso per cercare una via diversa da quella che le usanze vorrebbero che lui percorresse. Ma il destino gli remerà contro.
  

Al giorno d'oggi, il cinema di animazione si è speso all'interno di ogni genere e le case di produzione specializzate hanno riempito il mercato, provando a garantire un'adeguata stratificazione di prodotti adatti ai diversi tipi di target.
Il regista di Ferdinand è Carlos Saldanha, già autore de L'era glaciale e di Rio, entrambi della Blue Sky Animation.
Il film è tratto da La storia del toro Ferdinando di Munroe Leaf e Robert Lawson (già trasformato in cortometraggio da Disney nel 1938), racconto illustrato che all'epoca venne messo al bando perchè, in un periodo del genere, veniva visto come un pericoloso inno all'autodeterminazione. In effetti, il concetto di fare della propria vita ciò che si vuole, nonostante i retaggi culturali che dominano la nostra società, è la tematica principale di Ferdinand (curiosamente presente anche in Coco, ultimo film Pixar).
 

Vista l'importanza e la difficoltà tematica, l'intera narrazione è costruita su diversi punti di vista che mirano a dialogare con target di pubblico differenziati.
Lo spazio alle gag divertenti e alla volontà di Ferdinand di abbandonare una vita che non gli piace non sottrae importanza all'impianto metaforico che restituisce la descrizione del mondo dei toreri e dei mattatoi. Il problema risiede, piuttosto, nell'assenza di equilibrio tra first storyline e l'accumulazione snervante di gag che mirano unicamente a strappare le risate dei più piccoli ma che lasciano completamente attoniti i più grandi.
Il ritmo complessivo della narrazione è altalenante ed è accompagnato da un'animazione che si attesta sulla creazione di ambienti cromaticamente saturi e ridotti ai minimi dettagli (caratteristiche che finiscono per stridere con il racconto).

Con un regista del genere, ci si aspettava una riflessione differente o, quanto meno, un'elaborazione più brillante sul racconto portato in scena, sulla scorta di quanto fatto da Gli eroi del Natale, piccola gemma delle festività in corso.

sabato 25 novembre 2017

Detroit - Il passato per raccontare il presente

A cinque anni di distanza da Zero Dark Thirty, Kathryn Bigelow torna dietro la macchina da presa per mostrare un nuovo pezzo di storia americana, concentrandosi sulle rivolte di Detroit dell’estate del 1967.
Ai tempi, Detroit era una città dominata prevalentemente da fabbriche e dalla criminalità, una città in cui la maggior parte della popolazione afroamericana viveva in condizioni di povertà e marginalità, nonostante la presenza di fondi sociali e di una classe medio agiata. Ma la frustazione era tanta e non ci è voluto molto per dare fuoco alle polveri.

Tutto comincia con l’irruzione della polizia in locale apparentemente privo di licenza, dove si sta consumando una festa tranquilla. Tutte le persone partecipanti, quasi tutti neri, vengono arrestate. Nel frattempo, comincia a consumarsi una rivolta locale contro la polizia, destinata ad espandersi in tutto il paese e diventando sempre più violenta.
Tra il 23 ed il 27 luglio viene mandata in città la guardia nazionale, mentre il presidente degli Stati Uniti Lyndon B. Johnson (succeduto nel 1963 a John F. Kennedy, promotore dei diritti civili e della Great Society) decide di far intervenire l’esercito per sedare le rivolte e per il bene della popolazione di colore.
La rivolta di Detroit provocò 43 morti, più di mille feriti, la distruzione di numerosi edifici e ingenti perdite economiche.

Prendendo in considerazione giorni che (purtroppo) sono anche i nostri (l’escalation razziale dell’era Obama ha dato numerose prove di ciò), la Bigelow dà una breve infarinata storica per poi raccontare minuto per minuto la mattanza psicologica e fisica all’Algiers Motel, nel quale tre persone di colore furono uccise e altre sette persone (tra cui due ragazze bianche) vennero torturate e picchiate da poliziotti bianchi, mai ritenuti responsabili degli avvenimenti.
La Bigelow analizza questo breve spaccato storico tramite tre segmenti: la scintilla che ha dato inizio alle rivolte, i fatti dell’Algiers Motel e il vano processo ai poliziotti.

Ma non è la storia la vera e propria protagonista; lo è la psicologia.
Le due ore e poco più sono dedite a sviscerare i moti di rabbia di entrambe le fazioni, della cattiveria gratuita e immotivata da parte di chi teme una prossima e inaccettabile mescolanza razziale e, quindi, stessi diritti e doveri.
Andando oltre la superficialità della lotta tra bianchi e neri, girato con molta camera a mano e con un tocco di documentarismo, Detroit mostra la crudeltà di cinquant’anni fa (non molto diversa da nostri tempi) senza risparmiare i dettagli, ricercando e anatomizzando la storia di ieri per raccontare quella di oggi, calando il velo di opacità da una vicenda che ha tutto il diritto di essere conosciuta nel profondo, anche fuori dai confini nazionali.

Un film sempre nervoso, adrenalinico, un mulinello di vicende e anfratti psicologici che mette lo spettatore a prova di apnea.
Un film che si è servito delle interpretazioni di John Boyega, novello Denzel Washington, in parte passivo ed impotente (come d’altra parte lo siamo noi pubblico), e di Will Poulter, arcigno poliziotto, mostro e creatore di mostri.