mercoledì 15 novembre 2017

Justice League - La triste perfezione del Batman di Ben Affleck

Di Matteo Marescalco
 
 
Chi vi scrive ha trascorso la propria giovane vita alle prese con una mamma estimatrice del lavoro di Ben Affleck (o sarebbe meglio dire innamorata dell'attore americano?). E come criticarla?! Mascella volitiva e fisico da quarterback, Affleck ha attraversato da protagonista, nel bene e nel male, gli anni 2000.
Armageddon, Shakespeare in Love, Bounce, Pearl Harbor, Daredevil, Amore estremo, Hollywoodland sono le tessere che hanno contribuito a costruire quel gigantesco mosaico fatto di odio e amore/fallimenti e vittorie nei confronti di un attore che ha sempre dato l'impressione di avere un talento particolare nell'inimicarsi i pareri della critica che, a sua volta, gli ha spesso riservato il fondo di un oceano viscoso e particolarmente oscuro difficile da risalire.
Come non provare affetto per quel mascellone dalla stazza titanica che incappava in film il più delle volte dalla discutibile qualità? Sguardo perso nel vuoto e bocca semiaperta, Ben Affleck ha sempre dato l'impressione di mettercela tutta ma di non riuscire a raggiungere esiti soddisfacenti nell'arte della recitazione.

 

Fino alla rinascita del 2007 con Gone baby gone e i successivi The Town e Argo che lo porta al secondo Oscar (La legge della notte è stato un totale flop nel mondo, emblema chiarissimo dello sfortunato destino del suo autore). E giù con complimenti, processi di redenzione ed il «Ma quindi non era lui lo scemo della coppia Ben Affleck-Matt Damon!».

Tutto questo preambolo dalla parvenza inutile, in realtà, serve per giustificare l'affetto smisurato che chi scrive prova per il regista/attore americano ed un concetto che innerva il pezzo critico: non esiste miglior Batman di Ben Affleck.

Nessuno meglio di lui è stato in grado di portare sulle sue spalle il peso di un progetto (il DC Extended Universe) nato nel 2013 con Man of Steel (lo stesso anno in cui è stato dato l'annuncio che il Batman post-Christian Bale sarebbe stato interpretato proprio da Affleck) per rincorrere i successi al botteghino del Marvel Cinematic Universe (omologato su un unico tono ma, quanto meno, ben più solido sul versante produttivo rispetto al colpo di coda finale del team DC).
Zack Snyder è stato garante di un'operazione sbilenca, una corsa contro il tempo che ha dato linfa vitale ad un nuovo modo di concepire il blockbuster supereroistico, lontano dal mediocre appiattimento della Marvel, e più vicino ad una concezione autoriale dell'operazione: lo sguardo di Snyder è totalitario sui primi quattro film alla base dell'universo condiviso, rispecchia il suo modo di concepire il cinema come assalto multisensoriale allo spettatore volto a destrutturare l'epica classica di supereroe (e a mettere in scena persino la sua morte). Tutto è andato a buon fine? Non troppo. E quest'ultimo Justice League, primo film totalmente corale del team DC, è la perfetta sintesi degli aspetti più problematici che pendono come una spada di Damocle sul suo capo nonché emblema di ciò che il futuro, molto probabilmente, ci riserverà. 
 
 

La trama è più che mai lineare: dopo la morte di Superman, la Terra è presa di mira dalla più malvagia forza aliena di sempre, Steppenwolf, che approfitta della sua vulnerabilità provocata dalla fine del figlio di Krypton (la vicenda è lievemente più complessa e tira in ballo concetti quali speranza e paura ma, al momento, non è necessario approfondire). Batman, sempre più stanco del proprio ruolo, mette insieme una straordinaria Lega per contrastare il Male. Wonder Woman, Aquaman, The Flash e Cyborg si uniranno e combatteranno insieme in difesa dell'umanità.

Il progetto di Justice League è da tempo nell'occhio del ciclone: pochi mesi fa, Zack Snyder, a seguito di un lutto familiare, ha abbandonato la regia del film e ha lasciato la post-produzione e la regia delle riprese aggiuntive a Joss Whedon, celebre papà degli Avengers cinematografici (insomma, JL è passato al nemico). Il film, inizialmente, sarebbe dovuto constare di due parti, ridotte ad una, abbondantemente superiore alla durata di due ore, ulteriormente limate alle due ore. Abbandono di Snyder ed ingresso repentino di Whedon hanno complicato ulteriormente i piani, finendo per rendere Justice League un prodotto ben più omologato dei suoi fratelli maggiori al panorama del blockbuster contemporaneo e manchevole di una compattezza, nonostante la breve durata. Le atmosfere narrative cupe e la magniloquenza tematica sono state abbandonate per cercare un'ibridazione (i punti di vista di Snyder e Whedon sono diversi) che mina la tenuta complessiva del film.
 

Tuttavia, a maggior ragione, un film così martoriato, con un Ben Affleck in piena terapia riabilitativa per dipendenza da alcool e reduce dal clamoroso insuccesso di La legge della notte, che dice, insieme al suo Batman, di non essere più in grado di tenere le redini del gruppo (l'abisso della sua solitudine, del senso di colpa e del rancore non è mai stato così profondo), crea un incredibile cortocircuito tra finzione e realtà ed attesta la perfezione dell'attore americano per quel ruolo. E se il cuore del progetto DC risiedesse proprio nelle crepe che rendono la sua struttura traballante? Nella goffaggine quasi infantile che caratterizza l'ammissione di colpevolezza di Batman? Se fossero proprio i deragliamenti del tessuto produttivo a far tremare l'ossatura ma a mantenerla, allo stesso tempo, viva? Una clamorosa deflagrazione, nella sua imperfezione ben più perfetta di quella dei precedenti episodi, che porta ad una piena coincidenza tra vicende private e pubbliche e dota Justice League di un cuore gigantesco (lo stesso che, a tempi alterni, abbatte Ben Affleck e gli dona nuova vita) difficilmente ravvisabile altrove.

lunedì 13 novembre 2017

Borg McEnroe - Il tennis oltre il tennis

Wimbledon, 1980.
Ansia, attesa, fibrillazione che non vale solo per il pubblico. Anzi, che vale di più per i giocatori, specie se sono quelli su cui tutti puntano, quelli da cui tutti si aspettano grandi cose.
 
Björn Borg (interpretato da Sverrir Gudnason), nazionalità svedese, capelli biondi come il grano d'agosto, ma freddo, glaciale e potente come un iceberg.
John McEnroe (interpretato da Shia LaBeouf), nazionalità americana, capelli ricci, neri e disordinati come la sua indole vulcanica, atleta dal colpo mancino.
Il film, diretto da Janus Metz Pedersen (già incontrato alla regia del terzo episodio della seconda stagione di True Detective), sviscera il tennis, lo analizza dall'interno per mostrare uno sport che va ben oltre il tennis generalmente concepito. Ma la fatica che ci si mette, come vale poi per tutti gli altri sport, è davvero solo fisica?
 
 
Borg McEnroe risulta un film scisso in due parti intrecciate tra loro.
Dapprima si assiste ad un percorso di formazione, ad un percorso di crescita personale e nei rapporti con il tennis stesso che sfocia nella storica finale di Wimbledon, da intendersi, però, come un punto di partenza per il futuro e non come punto di arrivo.
Successivamente si assiste alla travagliata preparazione e alle varie partite di qualificazione, fino all'ambita finale.

Nella storia del cinema non è mai stata approfondita una tale rivalità sportiva e una tale volontà di dimostrare quanto nello sport sia necessario "il metterci la testa": tra i recenti si potrebbe segnalare solo Rush di Ron Howard.
Il lavoro di Pedersen vuole mettere in campo e dimostrare come due leggende (una leggenda che vive nella leggenda ed una leggenda che invece lo sarà in futuro) non siano altro che uomini, ognuno con le proprie debolezze.
Entrambi gli atleti hanno una cosa in comune: un passato difficile, quello di chi è andato contro tutto e tutti, di chi ha spezzato racchette o legami familiari per raggiungere il proprio obiettivo: diventare un gran giocatore di tennis. Anzi, il migliore del mondo.
Solo che ognuno ha reagito diversamente dal proprio passato e rispetto al proprio presente: Borg, incanalando ciò nella sua racchetta e McEnroe nel dare fuoco alle polveri in momento che si rivelasse proficuo.
 
 
Metz non parteggia per nessuno dei due, forse da più risvolto alla storia di Borg, ma senza mai prendere una posizione, cercando sempre un equilibrio, spesso e volentieri precario, tra questi due personaggi.
Un film nel quale il fattore narrativo viene sovrastato da quello estetico, senza mai scadere nella banalità. Il lavoro di casting è decisamente egregio.
Era impensabile riproporre una finale realistica come fu davvero quella di Wimbledon: il punto a favore del regista danese sta nel fatto di aver voluto presentare una finale che lavorasse sulla psicologia, sull'assetto mediatico, che lavorasse con la cronaca sportiva. Una cronaca talmente verosimile ed appassionante che sarà facile per lo spettatore dimenticare di vedere una partita già vista (per chi c'era) o di cui comunque sa già il risultato. Il contesto diventa frizzante, la partita si fa intensa e si vive quell'ansia e quell'attesa propria di una finale dominata da uno scontro tra titani.
Due rockstar che, a più di trent'anni di distanza rimangono delle leggende per i più vecchi, e lo diventano per i più giovani.

giovedì 19 ottobre 2017

Rapunzel. La serie - Solo su Disney Channel!

Ambientato subito dopo le vicende del classico Disney Rapunzel - L’Intreccio della Torre e prima del corto d’animazione Le Incredibili Nozze, il Disney Channel Original Movie Rapunzel Prima del Si andrà in onda venerdì 20 ottobre alle ore 20.10 su Disney Channel (canale 613 disponibile solo su Sky) e anticiperà l’arrivo di Rapunzel La Serie che farà il suo debutto il 27 ottobre alle 20.10 e terrà compagnia al pubblico con un nuovo episodio ogni venerdì.

 

La Principessa si trova a dover fare i conti con la nuova vita a Palazzo.
Rapunzel infatti scopre che far parte della famiglia reale può essere soffocante e, desiderosa di maggiore libertà e nonostante l’amore che prova per Eugene, decide di rifiutare la proposta di matrimonio del ragazzo. Il suo irrefrenabile spirito libero e la sua naturale curiosità la porteranno, con l’aiuto dell’ancella Cassandra, a lasciare il castello di nascosto nel cuore della notte e giungere nel luogo in cui fu trovato il fiore che le donò i magici capelli. Qui accadrà qualcosa di inaspettato: dal terreno spunteranno delle spine e i lunghi capelli biondi della principessa riprenderanno a crescere. Mentre tutti nel regno si preparano all’incoronazione di Rapunzel, una figura misteriosa raggiungerà il luogo da cui proviene il magico fiore…

Il pubblico ritroverà i personaggi più amati del classico d’animazione, come Eugene, il tenero camaleonte Pascal, il simpatico cavallo Maximus a capo delle guardie reali e gli strambi personaggi della Locanda del Brutto Anatroccolo, mentre farà il suo debutto Cassandra, la leale ancella di corte.

Le avventure di Rapunzel saranno accompagnate anche da alcune canzoni originali create dal compositore e vincitore di 8 premi Oscar® Alan Menken (La Sirenetta, Aladdin, Pocahontas).

Rapunzel Prima del Si e Rapunzel la Serie aspettano i telespettatori per nuove e divertenti avventure dal 20 ottobre ogni venerdì alle ore 20.10 solo su Disney Channel.

martedì 17 ottobre 2017

La battaglia dei sessi - La conferenza stampa con i registi Jonathan Dayton e Valerie Faris!

Di Matteo Marescalco
 
 
Questa mattina, l'hotel The Westin Excelsior di Via Veneto ci ha ospitati in occasione della conferenza stampa di La battaglia dei sessi, il film con cui Jonathan Dayton e Valerie Faris tornano alla regia, cinque anni dopo Ruby Sparks.

Girato in pellicola 35mm per riprodurre i colori e la consistenza degli anni '70, La battaglia dei sessi è incentrato sulle figure di Billie Jean King, tennista californiana che si batte per ottenere, a parità di mansioni, la stessa retribuzione degli uomini, e di Bobby Riggs, ex campione ormai in pensione.
Riggs, maschilista convinto, decide di sfidare a tennis Billie Jean King per dimostrare, una volta per tutte, che gli uomini sono superiori alle donne per resistenza fisica e mentale e che, quindi, in tal modo, meritano una retribuzione maggiore delle donne.
Il 20 Settembre 1973 scendono in campo i due campioni e va in scena una delle partite di tennis più famose della storia: la battaglia dei sessi.
 

Nel film, i due protagonisti, Emma Stone e Steve Carell, interpretano due campioni del tennis, Billie Jean King e Bobby Riggs. Secondo i registi: «Steve ed Emma hanno compiuto un ottimo lavoro sui personaggi. Per noi, prima di ogni cosa, era importante rappresentare il gioco del tennis. Abbiamo visionato molte partite del periodo. Ovviamente, per quanto Emma e Steve fossero bravi, non potevano mai raggiungere la stessa perfezione di un vero tennista. Abbiamo usato controfigure ma anche loro hanno dovuto visionare i match dell'epoca per riprodurre lo stile dei tennisti degli anni '70».

Sulla scelta di girare in pellicola, ha speso qualche parola Valerie Faris: «Abbiamo girato in 35mm. E' stato molto importante per noi poter ricreare la ricchezza dei colori e l'atmosfera degli anni '70. Conferire al film il giusto aspetto e la giusta sensazione era un nostro grande obiettivo. Le bobine da 11 minuti, poi, ci imponevano la necessità di una maggiore concentrazione. Abbiamo anche utilizzato obiettivi e zoom che si usavano in quegli anni, per una maggiore esigenza di realismo».
 
In relazione al quesito sulla scelta degli attori, Jonathan Dayton ha detto: «Steve ed Emma sono subito stati la nostra prima scelta. Siamo stati molto felici di lavorare con loro. Riguardo, invece, al trattamento che abbiamo riservato a Bobby Riggs (il personaggio interpretato da Steve Carell, ndr), abbiamo voluto seguire la filosofia di Billie Jean: rispettare l'avversario. Oggi viviamo in un mondo estremamente polarizzato, tutti puntano il dito contro qualcuno e urlano contro il nemico. Noi abbiamo voluto rispettare l'avversario e non sottovalutare le sue capacità. Dopo questo match, infatti, Billie Jean e Bobby sono diventati amici».

 
 

E, ancora, sulla verosimiglianza nella rappresentazione delle partite di tennis: «Abbiamo studiato i match originali. Abbiamo utilizzato un consulente nel campo del tennis perché giochiamo a tennis da dilettanti e, ovviamente, non siamo a tal punto esperti. Diciamo che ci ha aiutati per quanto riguarda la regia, il design e le modalità di ripresa del match. Il vero allenatore di Bobby Riggs, tra l'altro, ha aiutato Carell a seguire lo stile di Bobby. Ci teniamo a precisare anche che tutte le scene che vedrete sono reali. Non ci sono immagini generate in CG».

L'aspetto interessante del film (su cui ci soffermeremo maggiormente nella recensione) riguarda il fatto che al centro de La battaglia dei sessi non vi sia unicamente lo scontro uomo/donna ma che entrino in ballo una serie di argomenti secondari in relazione allo scontro mediatico, al modo in cui la moda contribuiva a costruire le figure dei tennisti e, soprattutto, alla rappresentazione di sé.
 
A tal proposito ha detto la Faris: «La complessità della storia ci ha completamente rapiti. Gli aspetti presenti nel film sono davvero numerosi: le vicende personali di Billie Jean, quello che lei viveva in privato, il modo in cui il suo matrimonio si stava sviluppando ed il fatto che, nonostante le problematiche private, Billie continuasse a lottare per i pari diritti delle donne. E' stato interessante intrecciare questi vari aspetti. Volevamo, inoltre, attirare anche un pubblico quanto più ampio possibile, formato non soltanto da chi ritiene che sia necessario dare alle donne pari trattamento economico. Volevamo favorire nelle persone una migliore comprensione delle questioni trattate. Quindi, diciamo che bilanciare i vari aspetti è stata la difficoltà maggiore perché noi volevamo evitare che si trattasse di un semplice film sul tennis. Ma anche che si trattasse di un semplice film su Billie Jean King. La battaglia dei sessi parla di Billie, di Bobby e del modo in cui tutte le persone riescono a trovare l'amore. Billie era costretta a vivere in una contesto che reprimeva l'omosessualità. La cultura dell'epoca l'aveva spinta a mantenere quel segreto».

La battaglia dei sessi, diretto da Jonathan Dayton e Valerie Faris, arriverà al cinema il 19 Ottobre, distribuito da 20th Century Fox.

La battaglia dei sessi, ma non solo tennis!

Di Matteo Marescalco
 
 
Nel 2006, Little Miss Sunshine sdoganava al grande pubblico il cinema americano indipendente, rivelandosi un enorme successo che avrebbe prodotto consistenti guadagni per la Fox Searchlight, responsabile dei diritti di distribuzione del film, che firmò uno degli accordi più remunerativi della storia del Sundance Film Festival. Di fronte ad un budget di 8 milioni di dollari, il film ne avrebbe guadagnati 100, portando a casa anche quattro nomination agli Oscar e due vittorie (per la miglior sceneggiatura originale ed il miglior attore non protagonista).
Dopo una carriera precedente al cinema dedicata a pubblicità, cortometraggi e video musicali (Dayton e Faris sono conosciuti a livello internazionale soprattutto per aver realizzato video per Oasis, R.E.M., Ramones, Britney Spears e Red Hot Chili Peppers), il nome della coppia inizia ad affermarsi prepotentemente nell'immaginario collettivo.
 
 

Nel 2017 è la volta di La battaglia dei sessi, film che rinnova la collaborazione con Steve Carell e annovera nel cast anche Emma Stone, Andrea Riseborough, Bill Pullman ed Alan Cumming.
Girato in pellicola 35 mm per riprodurre i colori e la consistenza degli anni '70, il film è incentrato sulle figure di Billie Jean King, tennista californiana che si batte per ottenere, a parità di mansioni, la stessa retribuzione degli uomini, e di Bobby Riggs, ex campione ormai in pensione.
Riggs, maschilista convinto, decide di sfidare a tennis Billie Jean, per dimostrare al mondo, una volta per tutte, la superiorità degli uomini sulle donne, per resistenza fisica e gestione dello stress.
Il 20 Settembre 1973 è la data che segna uno spartiacque nella storia: scendono in campo Billie Jean King e Bobby Riggs in quella che sarebbe stata definita la battaglia dei sessi, una delle partite di tennis più famose della storia.
 

Diventa subito evidente quanto al centro di questo film, confezionato come un prodotto indipendente ma scritto tenendo conto della narrazione hollywoodiana (e, soprattutto, rivolto ad un largo pubblico), non ci sia soltanto il tennis né, tantomeno, la semplice questione uomini-donne.
Piuttosto che il match di tennis, ad interessare i due registi sono le modalità di rappresentazioni dei personaggi che entrano in gioco e, soprattutto, la costruzione mediatica edificata attorno ad essi.
Bobby Riggs è una creatura mediatica, occupa le copertine delle riviste (una fotografia lo ritrae nudo con una racchetta a coprirgli i genitali), è consapevole di quanto sia importante la sua immagine, soprattutto in chiave sessuale. Viceversa, la più debole immagine pubblica di Billy Jean è strettamente connessa ad una sua evoluzione sessuale che troverà un suo compimento lungo tutta la durata de La battaglia dei sessi. Ampia attenzione viene anche dedicata al mondo della moda.
In quello che sarebbe potuto essere un film occupato, per lo più, dalla questione dei pari diritti (e che poteva essere trasformato, quindi, in un mero pamphlet politico), un ruolo fondamentale dello scontro è attribuito ai responsabili di moda e della creazione delle divise sportive indossate da Riggs e King.
Piuttosto che su un campo da tennis, la battaglia si gioca in spazi chiusi: in camere d'albergo e nella abitazioni private, in cui si consumano anche gli scontri tra moglie e marito.
 

La battaglia dei sessi si concentra soprattutto sul dietro le quinte e sulla discrasia tra realtà ed evento mediatico. La stessa figura di Bobby Riggs è legata ad una sua rappresentazione nettamente iperbolica che finisce per renderlo quasi simpatico (o, comunque, non propriamente ostile) agli occhi del pubblico. I veri cattivi, quelli che credono davvero nella superiorità degli uomini sulle donne si situano altrove. In tal senso, attenzione al personaggio interpretato da Bill Pullman, vero villain del racconto.
Pur non essendo ai livelli di Little Miss Sunshine e di Ruby Sparks, quest'ultimo film di Jonathan Dayton e Valerie Faris fa presa sul pubblico e riesce a conquistarlo senza troppa difficoltà, senza assolvere né condannare. Semplicemente, raccontando un fatto storico.

sabato 14 ottobre 2017

It - I bambini che affrontarono il Diavolo

Di Matteo Marescalco


Partiamo da un presupposto difficilmente controvertibile.
IT di Stephen King è un pilastro dell'immaginario collettivo ed è impossibile che chi ha definito fino ad una ventina di anni fa l'autore del Maine come un maestro della prosa post-alfabetizzata possa negare un dato del genere.
A maggior ragione in un periodo come il nostro, dominato dalla nostalgia degli anni '80 e in cui fioccano gli omaggi alla cultura di quel periodo. Super 8 e Stranger Things non sono altro che derivazioni di quell'universo creato da E.T., Explorers, Gremlins, Mamma ho perso l'aereo e I Goonies.
Il paradosso è che un capostipite come IT, nella versione di Andy Muschietti, si ritrovi a percorrere lo stesso binario intrapreso da una serie-tv come Stranger Things. I fratelli Duffer imitano gli anni '80 e gli anni '80 nei 2000 si sono ritrovati ad imitare i fratelli Duffer. Ma cortocircuiti del genere, in un periodo che riflette su se stesso, sul proprio nostalgico passato e, soprattutto, sul suo futuro, sono diventati la norma.
 

Ciò che è sicuro è che, come accade con ogni romanzo fiume che si lega in modo così saldo all'immaginario collettivo, ognuno di noi ha dato vita ad una personale rilettura di IT, che vive nel rapporto con il proprio pubblico.
Andy Muschietti non era chiamato semplicemente a tradurre in immagini l'universo kinghiano (che più di ogni altro si è prestato a (ri)letture del genere) ma soprattutto a misurarsi con un precedente adattamento per la tv (quello degli anni '90) legato alla figura iconica di Tim Curry ed incastonato nel cuore dei puritani e con un'idea, che sia ben precisa o dai contorni sfumati poco importa, che ogni fan di Stephen King si è fatto del romanzo.

 
 

La storia è nota: tutto ha inizio da una barchetta di carta di giornale costruita da Bill Denbrough per il fratellino Georgie, che segue la corrente d'acqua creata da un diluvio torrenziale lungo le vie di Derry, fino a precipitare all'interno di un tombino, da cui fuoriesce Pennywise, un mostro che esiste dal principio dei tempi e che ogni 27 anni rinasce per placare la sua fame millenaria.
Inizia, quindi, una battaglia lunga 28 anni, tra il Club dei Perdenti (Bill, Ben, Beverly, Eddie, Stanley, Mike e Richie) e Pennywise. Applicando al romanzo di King una sintesi estrema, la vicenda principale è questa.
Contornata dalla presenza di una cittadina dai cui anfratti escono mostri e multiformi follie, esistenze turbate, pezzi rock e coinvolgenti ballate country. Con unico caposaldo: (giovani) uomini in lotta con il lato oscuro del (loro) mondo, alle prese con una realtà che viene ingurgitata, digerita e sputata dal Male.
Personaggi che gareggiano (in sella alla propria Silver) contro il diabolico Tempo, provando ad intervenire sulla terribile linearità delle vicende, sperando nell'aiuto di una qualche Tartaruga, arbitro super partes delle vicende universali che può semplicemente palesarsi come fede infantile e scriteriata.
"E' un meccanismo perfetto e bilanciato di voci ed echi che fanno da rotelle e leve, onirico orologio che rintocca oltre il vetro degli arcani che chiamiamo vita (...). Un universo di orrore e smarrimento circonda un palcoscenico illuminato, sul quale noi mortali danziamo per sfidare le tenebre".
 
 

Uomini ordinari in preda ad eventi straordinari. Una semplice elaborazione del lutto si trasforma in fuga dalla follia del Male che, prima di ogni cosa, alberga dentro ognuno di noi. A questo punto, diventa pleonastico continuare ad esplorare un romanzo potenzialmente in grado di fornire innumerevoli spunti di riflessione.
Il film di Andy Muschietti applica un'inevitabile normalizzazione e linearizzazione del testo narrativo, collocandosi nell'alveo del cinema di genere horror. Tutte le divagazioni originarie vengono eliminate a favore della costruzione di un racconto che alterna il proprio focus sulla genesi del rapporto d'amicizia tra i singoli componenti del Club dei Perdenti e sulle apparizioni di Pennywise.
Il primo punto è perfetto: ci sono abbracci, lacrime, paure, confessioni, sangue, e sguardi che non lasciano mai indifferenti (la sequenza del primo incontro tra Ben e Beverly è un tuffo al cuore).
Nell'ambito del secondo punto, è stato un peccato aver ridotto il mostro ad un semplice mostro, da combattere fisicamente, nell'ultimo atto del film. Ma, in fin dei conti, era davvero difficile fare meglio e IT, evitando banali paragoni con il materiale di partenza, funziona benissimo nella sua semplificazione.

In questo adattamento del 2017, Bill ha battuto il Diavolo. Aspettiamo con trepidazione Settembre 2019, sperando che le difficoltà della vita non abbiano intaccato la purezza dei Perdenti.  

giovedì 12 ottobre 2017

L'uomo di neve - La recensione

Di Egidio Matinata
 
 
L’obiettivo del thriller, dei gialli e del mistery in generale è ricreare l’ordine all’interno del caos.
L’ordine trasmette sicurezza, genera appagamento e rimette ogni cosa al posto che le spetta.
L’uomo di neve non fa niente di tutto ciò.
O meglio, lo fa in parte a livello di trama, ma lasciando comunque lo spettatore disorientato e solo, in balìa del gelo norvegese.
 

Harry Hole, detective uscito dalla penna di Jo Nesbo, è un ‘indagine-dipendente’ come Sherlock, ha la voglia di vivere di Rust Cohle, la delicatezza dei personaggi di Don Winslow e un senso di colpa che parte da Oslo e arriva al Giardino dell’Eden.
Un identikit che si potrebbe applicare ad un buon 70% degli investigatori in circolazione, e non sarebbe stato affatto male se il film avesse seguito le impronte d’inchiostro lasciate dal personaggio, magari non originalissimo ma certamente riuscito.
L’Harry Hole di Michael Fassbender, in una delle peggiori interpretazioni della sua carriera, somiglia vagamente al personaggio letterario (fisicamente, nel modo di fare e nel mostrare i demoni interiori con cui combatte abitualmente), ma tutto sembra essere abbozzato, poco approfondito, dato per scontato.
Questo discorso può essere esteso a tutte le altre componenti del film, nonostante il team possa vantare nomi di tutto rispetto, se non altisonanti: dalla regia (Alfredson) al montaggio (Thelma Schoonmaker), dalla produzione (Scorsese) al cast (Fassbender, J.K. Simmons, Rebecca Ferguson, Charlotte Gainsbourg, Toby Jones).
 
 

Se si dovesse individuare un punto debole in particolare del film, sarebbe senz’altro la sceneggiatura.
Solitamente quando viene adattato un libro al cinema, i puristi tendono a lamentarsi di un’eccesiva semplificazione della materia letteraria (cosa che, rimanendo strettamente alla trama, è inevitabile), mentre in questo caso il plot principale viene sovraccaricato eccessivamente con linee di trama secondarie che non si amalgamano bene e rendono il film sfilacciato, come se ogni scena fosse a sé stante, scollegata dalle altre. Molte di queste linee non giungono ad una vera e propria conclusione, così come non lo fanno gli archi narrativi di quasi tutti i personaggi, che diventano così mere pedine da sfruttare per una “progressione” narrativa.
A farne le spese, in fin dei conti, è la tensione. E se in un prodotto del genere viene meno la tensione e subentra la noia, il danno è fatto e ogni discorso ulteriore diventa sterile speculazione.
 

Il vero mistero, in questo caso, riguarda il film in sé: com’è possibile che un progetto che ha alle spalle nomi di questo calibro, fallisca quasi in ogni sua componente? Com’è possibile che un regista come Tomas Alfredson (Lasciami entrare, La talpa) abbia fatto un film così sgangherato?
Aspettando che l’ordine faccia il suo dovere e che la verità venga a galla, rimaniamo nel caos post visione, un po’ stupiti, un po’ frustrati e molto delusi.