lunedì 22 maggio 2017

Pirati dei Caraibi - La vendetta di Salazar

Anno 2003. Con La maledizione della prima luna, aveva inizio una saga, ambientata nel mar dei Caraibi.
Anno 2017. Mai si sarebbe immaginato, specialmente dopo Oltre i confini del mare (2011) che si sarebbe realizzato un quinto capitolo, ancora con Jack Sparrow e Capitan Barbossa.
 

Si può dire proprio poco di La vendetta di Salazar, per non cadere in quegli spoiler tanto fastidiosi: basti dire che in questo capitolo, Capitan Jack Sparrow (Johnny Depp) vede il suo futuro sempre più nero, dal momento che dei marinai fantasma, fuggiti dal Triangolo del Diavolo e guidati dal Capitano Salazar (Javier Bardem), sono decisi ad ucciderlo. L’unica speranza di sopravvivere risiede nel Tridente di Poseidone. Per poterlo trovare, Jack, si dovrà alleare con l’astronoma Carina Smyth (Kaya Scodelario) e con Henry (Brenton Thwaites), giovane marinaio della Royal Navy (entrambi alla ricerca del proprio padre).
Ed in mezzo al nuovo casino in cui si trova Jack, Hector Barbossa (Geoffrey Rush) non potrà certo tirarsi indietro per saldare nuove alleanze e guadagnarci.

Dalla breve trama si evince come i protagonisti risultino essere Karina , Henry, Jack Sparrow e Salazar; apparentemente, per tutto il film, avviene come una contesa tra i primi tre per il ruolo da protagonista assoluto, anche se, in realtà, Sparrow, si trova a fare ben poco e sembra lasciare spazio ai due ragazzi.
 

Le due ore e poco più del film riescono a risollevare quegli animi che erano rimasti scottati dal quarto capitolo, Oltre i confini del mare, e ad abbattere le peggiori aspettative.
Come La maledizione della prima luna, questo film riesce a raccontare una storia ed allo stesso tempo ad essere puro cinema di attrazione: considerando il paragone il con il primo film della saga, La vendetta di Salazar ha in dotazione una tecnologia digitale incantevole; gli effetti speciali che contraddistinguono tutto il film hanno il potere, come una delle maledizioni che ci sono nel mar dei caraibi, di incollare lo spettatore alla poltrona, di fargli vivere quell’esperienza quasi in 4 D, di essere anche lui un protagonista (impotente) della storia.
Il 3D, che ormai la Disney ha imparato ad usare benissimo (vedi Guardiani della Galassia 2) aiuta a risucchiare letteralmente lo spettatore nel testo filmico.
Forse, rispetto al primo capitolo, in questo film si punta un più sulla serietà che sulla forte dose di ironia, cadendo in battute e qualche snodo narrativo banale, ma riuscendo a farsi sempre perdonare.

Se Oltre i confini del mare aveva cambiato rotta rispetto ai capitoli precedenti risultando sì un film proficuo d’incassi ma povero nella sostanza, il rischio di vedere colare a picco La vendetta di Salazar (per trama, per scarso intrattenimento, per la vicenda narrata) ha aleggiato come un fantasma. 
 

È da segnalare, invece, ad onor di cronaca, come questo quinto capitolo della saga riesca ad essere una vicenda autoconclusiva e allo stesso tempo pieno di numerosi significati per chi è fan.
Il duo norvegese Joachim Rønning e Espen Sandberg ha avuto la prontezza di avere i piedi di piombo e di non strafare, girando il loro primo blockbuster ad alto budget. Semplicità, chiarezza e ritmo incalzante, senza troppe sbavature e con molti colpi scena, già attesi (come la presenza di Paul McCartney in una piccola parte) e, diversi, inaspettati.

C’è un però; La vendetta di Salazar rimanda, almeno idealmente, allo schema narrativo de La maledizione della prima luna. Vi sono personaggi nuovi che sono o stanno subentrando ai vecchi.
Ma è possibile continuare una saga come Pirati dei Caraibi senza il personaggio ideale, che è il simbolo della saga stessa, cioè Jack Sparrow?
La domanda da porsi è la seguente: Pirati dei caraibi è un franchise così forte come Star Wars, da potersi permettere sia un paragone in termini di struttura narrativa e di riciclo dei personaggi come ne Il risveglio della forza?
È così forte da poter procedere con altri capitoli, con nuovi personaggi come Carina e , e pian piano lasciare in un angolo Jack Sparrow sino ad abbandonarlo del tutto?

domenica 21 maggio 2017

Sicilian Ghost Story - Il potere delle fiabe

Di Matteo Marescalco
 
 
La vicenda ha inizio quando la macchina da presa segue i due giovani protagonisti, Luna e Giuseppe, che intraprendono un sentiero in un bosco. La cronaca criminale viene trasfigurata in fiaba (Giuseppe è figlio di un pentito di mafia, motivo per cui sarà rapito ed imprigionato), popolata da aiutanti e nemici ma, soprattutto, da una ragazzina che sa spingere il proprio sguardo al di là della realtà quotidiana.
 
 

Fabio Grassadonia ed Antonio Piazza, chiamati ad aprire la Semaine de la Critique della 70esima edizione del Festival di Cannes, dopo Salvo, tornano a soffermarsi su una tematica legata alla percezione ed alle dinamiche dello sguardo dei loro personaggi.
Come in Anna di Niccolò Ammaniti, altra fiaba siciliana, gli adulti diventano contesto e finiscono per essere caratterizzati da una cecità, probabilmente un po' banale, che li schiaccia come figurine, caratteri squadrati che aderiscono ad una precisa idea senza mai scostarsi da essa.
Luna, invece, è una principessa combattiva che «discese nel regno paterno e che lì regnò con giustizia e benevolenza per molti secoli, (…) che lasciò dietro di sé delle piccole tracce del suo passaggio sulla terra, visibili solo agli occhi di chi sa guardare».

La ricerca privata di cui si rende protagonista è una discesa in un mondo oscuro e un'esplorazione della propria identità.
L'entroterra siculo in cui viene rinchiuso Giuseppe è un territorio in cui convivono due polarità: un contesto di tenebre gestito da loschi reietti umani contaminato da un'ideale di bellezza boschiva.
La provincia rurale e boscosa è fotografata da Luca Bigazzi, che ne esalta gli aspetti più onirici e slegati dalla realtà quotidiana.
La bellezza di Sicilian Ghost Story consiste nel carattere aperto del suo testo: lo spettatore potrà scorgere in esso la fiaba, la narrazione sociale sul contesto mafioso, il coming-of-age della sua protagonista, persino una tenera love story tra Giuseppe e Luna.
 

Perché, nonostante il carattere evocativo ed onirico delle immagini non venga messo al servizio della narrazione, o raggiungendo un'intensità che, a tratti, diviene incontrollabile per i due registi o limitandosi a sfiorare una magia che non riesce mai a coinvolgere veramente lo spettatore, Sicilian Ghost Story propone l'elaborazione di un evento rimosso dalla memoria collettiva che ha il coraggio di sfidare le convenzioni socialmente accettate.
Ed il cinema politico indossa un soprabito favolistico che, in relazione al proprio statuto di testo aperto da leggere seguendo percorsi differenti, non può che renderlo più consapevole e forte.

giovedì 18 maggio 2017

Ritratto di famiglia con tempesta - La malinconia della quotidianità

Di Matteo Marescalco


Lo scorrere del tempo al cinema non è mai stato così dolce e malinconico come in questo film di Hirokazu Kore'eda.

Ryota è un autore dal passato fastoso ma dal presente totalmente fallimentare.
Il denaro guadagnato con il successo del suo primo libro è stato completamente scialacquato nelle scommesse, passione che gli è costata il matrimonio con la donna che ama. Ryota è talmente al verde da reinventarsi come investigatore privato per riuscire a versare l'assegno di mantenimento alla moglie e al piccolo figlio.
La vita non è andata come immaginava e "non tutti diventano quello che volevano essere".
Una lunga notte di tempesta costringe i quattro personaggi (Ryota, la moglie, il figlio e la nonna) a condividere lo stesso appartamento fino al giorno seguente. Quale occasione migliore per dirsi quanto negatosi finora ed attutire gli spigoli del presente?

Ritratto di famiglia con tempesta è un film essenziale.
Attraversa le due ore di vita con la naturalezza di un qualsiasi evento quotidiano che ci coinvolge e ci stupisce.
Kore'eda segue ed esplora minuziosamente i caratteri di ogni personaggio che entra in gioco nel film, sviscerandone le inquietudini e ciò che la vita gli ha sottratto. Ed il flusso del film va avanti, alla ricerca di un tempo perduto, tra malinconia e spirito da commedia.
Si ride per le situazioni paradossali cui va incontro Ryota, alle prese con strane investigazioni e pedinamenti vari; ci si commuove per il modo in cui il personaggio principale ha dilapidato i suoi affetti familiari, dandoli in pasto al vizio del gioco che lo ha totalmente inghiottito. La vena comica e leggera non fa da contraltare al tono drammatico di fondo. Le due corde convivono, si mescolano tra loro, in relazione alle dinamiche di una famiglia giapponese che si interroga su se stessa con grazia ed intensità.

Ritratto di famiglia con tempesta conferma il cinema di Kore'eda come cinema della quotidianità, alle prese con lo scarto tra illusioni e sogni infantili e cambiamenti irreversibili dell'età adulta, quando si fa i conti con il proprio passato sperando di non restare delusi ma consapevoli del fatto che è quasi impossibile realizzare le aspettative della fanciullezza.
E allora, ci si accontenta di giocare al parco con il proprio figlio durante una notte di tempesta alla ricerca di qualcosa che possa ancora fare sognare, dentro un grembo materno in cui cullarci e dormire. E sognare un futuro migliore. Per poi risvegliarci alle prese con l'ordinaria quotidianità, in cui stupore e meraviglia possono, tuttavia, nascondersi dietro qualsiasi angolo.

martedì 16 maggio 2017

Song to Song - Musica che parla di vita

Song to Song. Da una canzone all'altra. Da una vita all'altra. Da un amore all'altro.

Song to Song è l'ultimo film di Terrence Malick che si assesta ad essere quasi un continuum di The Tree of Life riguardo la struttura.
In poco più di due ore, Malick porta sullo schermo un film che parla di amore: questo sentimento viene analizzato, decostruito nelle sue parti primarie e contestualizzato ad una società che pretende di avere tutto (fama, attenzioni, fortuna, ricchezza) senza confini di alcun tipo.
 

Non è un caso che il film sia ambientato ad Austin (Texas), la patria della musica rock; la musica è la colonna sonora della vita di tutti e viene utilizzata da Malick per dare un maggior risalto alla sua narrazione fuori campo, come sempre evocativa.
La musica come metafora della vita: si passa da una canzone all'altra come da un sentimento all'altro, dalla voglia di sentirsi liberi di provare ogni cosa possa essere desiderabile salvo poi rendersi conto che forse vivere una vita all'insegna dell'essere sfrenati non da tutte quelle soddisfazioni immaginate o, quantomeno, può darle nell'immediato ma a lungo raggio diventa inevitabile, prima o poi, trovarsi a riflettere su sé stessi e sulla propria vita.


Passare da una prospettiva e da un pensiero all'altro, che ultimamente pare lo schema narrativo preferito di Malick, aiuta a far comprendere il sentimento di libertà aspirato dai tre protagonisti: tre vite diverse che si intrecciano, si mangiano letteralmente l'una con l'altro ma il momento di scendere a patti con se stessi, perché delle scelte non ponderate hanno portato a determinate conseguenze, diventa davvero dura.
La libertà ha sempre caratterizzato qualsiasi cultura di qualsiasi secolo per mille motivi diversi; l'unica differenza con la contemporaneità è che quest'ultima consente di poter ottenere tutto quello che si desidera all'istante, senza il minimo sforzo, forti di modelli che apparentemente ce l'hanno fatta. Non ci sono più ostacoli o limiti che impongono di riflettere.
Tutto si basa sull'istinto, sul soddisfacimento personale prima di ogni cosa e senza preoccupazione per le altrui persone e per gli altrui sentimenti.

Si potrebbe pensare ad un Malick cazzaro, che si è forse adagiato un po' troppo sugli allori del realizzare, ormai sempre, film con il medesimo schema narrativo ed evocativo e con sceneggiature banali, che ci dicono in maniera sempliciotta quello che già sappiamo e ci fa annoiare. E non è detto che ciò non sia vero.
Tuttavia, nelle due ore e poco più del film, Malick utilizza la musica, la sonorità diegetica e non, per raccontare, per andare più a fondo verso i sentimenti dei protagonisti e per colpire la nostra mente; è così che la storia viene narrata, trascinata e portata avanti da una canzone all'altra.

martedì 25 aprile 2017

Guardiani della Galassia vol.II - Tra spensieratezza e famiglia

Tutti i film della Marvel sono sempre stati contraddistinti dal tema della famiglia, di sangue o meno.
E questo è sempre stato il motore centrale, in diversi contesti e con le proprie specificità, che ha mosso i film Marvel forse ancor di più della trama di cui questi sono dotati: è stato così per i vendicatori, che hanno trovato una famiglia in quello in cui più credevano (vedi Steve Rogers e Tony Stark), l’hanno trovata in un altro pianeta (vedi Thor) e ne hanno formata una nuova tra di loro, sebbene sia tendenzialmente più apparente ed astratta che concreta (vedi Captain America: Civil War). 

E anche Guardiani della Galassia non è da meno: sin dal primo film è stato chiaro quanto i cinque personaggi principali abbiano implicitamente il desiderio di trovare una famiglia, un focolare che li possa riunire (la Milano, nave di Peter Quill/Star-Lord) in quanto, nessuno di loro ha una famiglia reale e né si sentono appartenenti ad uno specifico gruppo.
Ma è nel secondo capitolo che questo senso familiare si esplicita, in uno stile pop e caciarone, tra sentimenti non detti ma perfettamente intesi e battute senza freni a cui è impossibile non lasciarsi andare ad una o più risate.

Un secondo volume, quello di Guardiani della Galassia, che guarda al passato dei protagonisti, Peter Quill/Star Lord (Chris Pratt), Gamora (Zoe Saldana), Drax (Dave Bautista), Rocket e (baby)Groot (doppiati rispettivamente da Bradley Cooper e Vin Diesel), per guardare meglio il futuro con consapevolezza e che troverà nel proprio gruppo, quello dei Guardiani appunto, il punto di unione non solo sotto ad un tetto spaziale ma nel sentimento proprio della fratellanza.
Senza cadere negli spoiler (giammai!) basti sapere che ciò che muove questo volume (oltre quello che si è appena detto) è il rapporto padre-figlio, tra Ego (Kurt Russell) e Peter Quill. Un rapporto di sangue bramato e (ri)trovato che sarà in grado di coinvolgere l’intera galassia.
 

In questo film, forse un po’ meno concentrato sull’azione rispetto al precedente per i motivi di cui sopra (ma tant’è) si fa più leva sulla spensieratezza in un periodo Marvel cupo e serio (vedi Logan), in cui essa compare a lievi tratti (tralasciando Deadpool che si potrebbe definire il film più volgarotto); James Gunn, già regista del primo volume, ha fatto del “non prendersi troppo sul serio” il suo mantra. Ciò non significa non essere professionali e non lavorare bene e Gunn lo sa e lo dimostra con un film perfetto, compatto, mai noioso, mai banale (chi è pignolo di natura potrà magari constatare con forza che la sceneggiatura è forse un po’ carente, un po’ semplice, ma comunque funzionale ai fini del film) e sempre spensierato.

Ritornano gli anni ’80 del Peter Quill terrestre, riproposti su più livelli, proponendo vari personaggi, programmi e protagonisti di quegli anni che sono rimasti nella memoria di chi a quel tempo era bambino (oltre alla raccolta di brani Awesome Mixtape #2, tra cui Mr.Blue Sky della Electric Light Orchestra , My Sweet Lord di George Harrison, Father and Son di Cat Stevens): David Hasselhoff e la sua Supercar, Howard il Papero, Cin Cin, senza dimenticare la presenza di Kurt Russell e della sua chioma folta al vento e di Sylvester Stallone.
Gunn sa, eccome, di avere in mano (come nel precedente) un film ad altissimo budget e che verrà distribuito su scala mondiale e decide anche qui di fare un film considerando ciò che desidera lo spettatore; lo fa divertire e lo fa anche emozionare (specie nel finale), lo ingloba nello schermo facendolo sentire parte di quella famiglia galattica e, quindi, allo stesso tempo impotente per quello che si sta svolgendo davanti ed attorno a lui: e questo grazie sia ad un coloratissimo utilizzo della tecnologia digitale e anche ad un 3D (per chi lo vedrà così, ovviamente) che dal prologo all’epilogo (e fino alla fine dei titoli di coda con ben cinque scene post-credits) prende e risucchia lo spettatore nelle spirali del film.

Guardiani della Galassia vol. II si appresta, quindi, ad essere uno dei migliori secondi film della storia Marvel oltre ad essere uno dei migliori in generale.

venerdì 31 marzo 2017

I Puffi: viaggio nella foresta segreta

Di Matteo Marescalco


Non siate bugiardi, è innegabile.
Ogniqualvolta si parla di Puffi, sono due i ricordi principali che affiorano.
"Noi puffi siam così, noi siamo puffi blu, puffiamo su per giù due mele poco più". Il jingle della canzone cantata da Cristina D'Avena, baby sitter della nostra infanzia, risuona nelle orecchie di ognuno di noi. Genitori costretti dai figli a guardare il cartone animato televisivo e giovani che sono stati svezzati dalle creature del fumettista belga Peyo.
I più maliziosi ricorderanno, senza dubbio, il celebre dialogo tratto da Donnie Darko in cui il protagonista discute sulla sessualità dei Puffi e sul ruolo di Puffetta, profilando per lei un poco onorevole compito all'interno della comunità. Ma non preoccupatevi, questo nuovo episodio aderisce unicamente alla prima tipologia di ricordo.


Una mappa misteriosa spinge Puffetta ad intraprendere un viaggio, in compagnia dei suoi migliori amici Quattrocchi, Tontolone e Forzuto. Scopo di quest'avventura? Attraversare la Foresta Segreta, densa di insidie e vietata categoricamente ai Puffi, e trovare un misterioso villaggio perduto, evitando che il perfido mago Gargamella arrivi per primo.
Tra dubbi ed insicurezze, i nostri Puffi impareranno qualcosa in più sulla loro identità e risolveranno il mistero su Puffetta.


Le strade intraprese dall'animazione sono abbastanza chiare.
Da un lato, dei prodotti rivolti principalmente al pubblico adulto (Valzer con Bashir, Persepolis, Anomalisa, Sausage Party, La mia vita da zucchina); poi, i prodotti di mezzo, rivolti ai piccoli ma totalmente fruibili anche dai più grandi (l'esempio di Disney, Studio Ghibli, Pixar, Aardman e Laika è encomiabile) e, infine, i film animati con un target più ampio: i bambini. Angry Birds, Sing, Pets, la saga di Madagascar sono più che degni dell'applicazione degli adulti, grazie a stratificazione di linee narrative e a particolari invenzioni legate all'elaborazione del racconto, ma restano prodotti rivolti soprattutto ad un pubblico di piccoli.
I Puffi estremizza questa tendenza.


Difficilmente, i più grandi riusciranno a non sbadigliare durante l'intera durata del film che funziona sul versante estetico grazie ad un'abbagliante esplosione di colori ma che presenta palesi limiti in fase di sceneggiatura.
Le buone idee non mancano, su tutte quella di presentare il lungometraggio come una sorta di documentario in diretta, ma pretendere più di un sano divertimento in famiglia sarebbe troppo.
Per un pomeriggio tutti insieme, all'insegna dell'avventura, I Puffi: Viaggio nella Foresta Segreta è il film da consigliare!

mercoledì 15 marzo 2017

La bella e la bestia - Quello che accade è una grande novità?

In un periodo in cui la Disney sta puntando molto sui film live-action, non ci si poteva esimere dal realizzare una versione di La bella e la bestia.
E c'è da dire che la fabbrica dei sogni disneyana se l'è cavata piuttosto bene con i live-action precedenti, tra cui Maleficent, Cenerentola e Il libro della giungla, tanto da poter avere un metro di paragone con questo film ed i futuri che verranno e dare luogo ad una programmazione da qui fino a quando vivremo, con titoli tra cui Mulan, Il re leone, Aladdin e via dicendo.
Ma se i film precedenti si sono caratterizzati per essere a sé stanti e sviluppare una propria storia con più punti di vista ed approfondimenti in più direzioni tenendosi ben lontani dall'essere la fotocopia umanizzata dei classici animati, La bella e la bestia di Bill Condon (Dreamgirls, Il quinto potere)pare proprio rientrare in quest'ultima categoria, interrompendo il continuum.
 
 
La storia (conosciuta a chi ha visto e amato il film del 1991, di Gary Trousdale e Kirk Wise) è quella di Belle (Emma Watson) che svolge la mansioni quotidiane nel suo villaggio francese senza mai staccare occhi e mani dai suoi amati libri e soprattutto senza mai smettere di fantasticare sulle storie che legge e sul suo futuro, rifiutando le avance di Gaston (Luke Evans), il mega-fusto più ambito della zona.
Andando alla ricerca del padre Maurice (Kevin Kline) che non è rientrato a casa dopo un viaggio in città, si imbatte in un cupo castello e in un'orrenda Bestia (Dan Stevens) che ha reso il padre prigioniero, mentre cercava rifugio dopo essersi perso nella foresta.
In realtà la bestia non è altri che un principe irrispettoso e viziato, trasformato in queste sembianze da una strega che, in passato, cercò riparo al suo castello: in cambio della sua inospitalità la strega, rivelatasi una fata, lo punì con una rosa: per spezzare l'incantesimo (che ha coinvolto anche tutti gli abitanti del castello) la Bestia dovrà trovare una fanciulla da amare e che lei lo possa amare a sua volta per quello che è, entro la caduta dell'ultimo petalo.
 
 
Se non fosse un film marchiato Disney, senza il cast stellare e tutti gli effetti speciali esistenti si potrebbe pensare di assistere ad un film fatto dai fan, una specie di cosplay ma in formato lungometraggio.
Come sopra detto, a differenza dei precedenti live action che sono stati creati solo basandosi sui film di animazione di riferimento e che pongono in essere delle differenziazioni notevoli (in Maleficient tutta la storia è incentrata su Malefica e sul suo passato più che su Aurora, in Cenerentola la protagonista ha una storia e un'introspezione psicologica più profonda e per la prima volta il principe è presente dall'inizio e finalmente si esprime) ne La bella e la bestia ogni personaggio, ogni movimento, ogni inquadratura, ogni battuta e ogni scenografia sono stati modellati fino alla precisione, fino a diventare una misera fotocopia dell'originale di 26 anni fa.

E se fino qua poteva anche andare forse bene il vedersi un film fotocopia vi si sono volute inserire piccole informazioni riguardo la madre di Belle e una canzone fatta cantare solo alla Bestia che ha solo peggiorato la sua parte.
Nella versione italiana, peraltro, il doppiaggio ci mette ampiamente del suo, risultando talvolta inadeguato, soprattutto nelle canzoni cantate da Belle, come se si fosse fatta una traduzione letterale dall'inglese, facendola coincidere a forza con il labiale della protagonista.
Niente rimane impresso nella mente dello spettatore, in special modo per chi conosce bene il primo film, tra cui la recitazione: tra attori protagonisti, comprimari e comparse varie (tra cui Ewan McGregor, Ian McKellen, Stanley Tucci, Emma Thompson), sembra che essi abbiano incanalato solo il 70% dell'impegno per svolgere in loro ruolo, giusto quel po' per dare l'umanità necessaria al personaggio. Esso risulta, quindi, sì umano ma solo nell'aspetto esteriore in quanto non vi è una vera e propria catarsi.
Emma Watson (che ha scelto da sé il personaggio di Belle, rifiutando quello di Mia in La la land) riesce ad immettere in Belle tutte quelle caratteristiche già proprie del cartone (l'autonomia personale, farsi rispettare in quanto persona ed in quanto donna e soprattutto far rispettare i propri sogni) ma senza mai convincere sino in fondo.
L'unico che sembra dare la parte migliore di sé è Luke Evans, che impersona un Gaston sfacciato, egoista e narciso quanto e più dell'originale.
 
 
La realizzazione più spettacolare, cioè quella concernente i costumi, le scenografie e gli effetti speciali (tra cui una Bestia realizzata in motion capture) è quella che più si adatta al clima favolistico che dovrebbe esprimere un film del genere e che aiuta lo spettatore a trovare quel po' di magia che si perde in tutto il resto del film, tranne un Stia con noi tutto svolto in una CGI che sembra dare luogo più ad una specie di pastrocchio, che un momento di gioia e divertimento.
Insomma, il rischio di vedere La bella e la bestia è, per chi conosce il film di 26 anni fa, di vederlo troppo carichi di aspettative e cadendo nell'inevitabile spirale dei confronti.